La discussione tenutasi l'altro giorno all'evento del VEGA di Venezia sull'innovazione nelle aziende e negli enti pubblici, anche piccoli, delle nostre regioni, è stata abbastanza significativa dell'interesse genuino che c'è nel territorio nel cavalcare l'onda dei grandi mutamenti tecnologici di questi anni. In primo luogo il cloud computing. Ma anche le tecnologie a distanza e la gestione dei servizi al cittadino con soluzioni semplici che ancora in pochi usano. Il padrone di casa è un appassionato di innovazione e ce l'ha messa tutta, vedete i commenti di Michele Vianello sul suo blog.
Il cloud computing ha il grande potere di mettere magicamente sullo stesso piano una piccola amministrazione e una grande organizzazione, perché un sacco di complessità tecnologica, di lavoro di manutenzione e di gestione di routine viene delegata a un data center che fornisce il servizio, con grande gioia per chi non ha le risorse o le competenze tecniche per farlo (attenzione: questo non libera le amministrazione dal dover comprendere come gestire la trasformazione e re-ingegnerizzare i processi, soprattutto dove e come applicare la tecnologia).
Un relatore non s'era potuto muovere da Roma a causa della nube vulcanica che ha fatto bloccare i voli in questi giorni. La cosa ci ha dato uno spunto che s'è rivelato provvidenziale: con l'occasione si è improvvisata una conferenza online (cosa molto semplice da fare con Office Live Meeting) che per la sua efficacia e semplicità ha dato immediata evidenza di come siano convenienti certe tecnologie per far lavorare le persone a distanza e come potrebbero rendere servizi incredibili e risparmi sensibili per centinaia di pubbliche amministrazioni italiane.
Certe innovazioni sono importanti, lo sono ancor di più per l'Italia. Sono andato a rivedere oggi gli ultimi numeri in materia di preparazione nazionale all'e-government ("e-government readiness"). Ci sono statistiche di varie fonti. Una è quella dell'Economist Intelligence Unit che riportava l'Italia al 25.mo posto nel 2009, quest'anno è andata al 26.mo, motivo di un po' di disappunto. Occorre mettercela tutta per risalire la china.
Si è parlato anche di riuso, ossia il riutilizzo di software sviluppato da un'amministrazione per risolvere bisogni analoghi di altre amministrazioni. Oggi più del 60% degli investimenti in IT è usato per sviluppare una miriade di applicazioni verticali piccole e grandi, ognuna sviluppata per questo comune o quell'ente, senza che si possa avere l'opportunità di usare lo stesso per un ente che magari ha esigenze simili.
Qualcuno ha poi chiesto come si poteva fare a incentivare questa cosa nella PA italiana, ossia evitare che ciascuna amministrazione andasse a replicare cose che sono già state fatte altrove con i soldi comunque dei contribuenti. Mi son venuti in mente i "certificati verdi", per cui organizzazioni che vogliono essere virtuose in materia di consumi energetici possono acquistare certificati che compensano il danno fatto perché vengono investiti in nuovi alberi o altre iniziative di salvaguardia dell'ambiente. Non si possono concepire degli schemi per cui le amministrazioni sviluppatrici possano essere incentivate a cedere le proprie soluzioni, corredandole di opportuna documentazione e altri servizi mirati a facilitare il riuso, ottenendo come conseguenza dei crediti che possono essere utilizzati per fare investimenti a valore aggiunto?
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